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Start up, in Italia ci si aiuta: la storia di Giovanni

10/10/2016 in

Image-1Giovanni si è laureato a Pisa nel 2009. Nessun Erasmus nella sua carriera didattica, ma una gran voglia di partire a fine percorso. E l’occasione capita: essendo la sua tesi concentrata su un progetto in collaborazione col Cern di Ginevra, si trasferisce lì per 7 mesi. “Questo primo contatto con l’ambiente internazionale è stato davvero fantastico: in quei mesi ho imparato davvero, a livello umano e professionale, confermando così quelle che erano le mie aspettative di partire. Dopo questa prima esperienza fatta con la borsa di studio sono rientrato in Italia e ci sono rimasto un anno, anche per motivi personali, ma quando poi la situazione è cambiata la voglia di ripartire, che non era mai passata, si è fatta reale”.

E così sei ritornato a Ginevra?

Esattamente. Feci nuovamente domanda al Cern e mi accettarono, con un contratto post-doc. Questa volta mi sono fermato due anni e mezzo.

Ancora una volta le tue aspettative sono state confermate?

E’ stato tutto sempre molto interessante, ma c’era meno fascinazione rispetto alla prima volta e più concretezza. Era un bellissimo posto per lavorare, l’ambiente stimolante e molto bello, ma non era dove volevo vivere.

E quindi sei tornato…

Sì, perché sentivo che avevo già fatto una bella esperienza e preso tutti i lati positivi dal punto di vista della crescita umana e professionale. E quelli negativi iniziavano a pesarmi.

Quali erano?

L’aspetto sociale: Ginevra è un posto dove la gente arriva, si ferma e riparte. E’ difficile creare relazioni e col tempo smetti anche di provarci a crearle. Alla lunga questa cosa mi ha pesato. E, in più, mi mancava il calore dell’Italia.

Mai pensato di scegliere altre mete?

Ho meditato su Londra: ho fatto anche colloqui, ma alla fine avevo bisogno di ricaricare le batterie e tornare era la priorità. Sapevo che avrei ritrovato le imperfezioni del mio Paese, con stipendi più bassi, burocrazia, servizi forse meno efficienti. Ma il resto era prioritario da recuperare. Inoltre volevo provare ad avviare una mia start up e i collaboratori erano italiani: questa motivazione si è aggiunta al resto.

Oggi di cosa ti occupi?

Dopo l’esperienza della start up, ora in stan by, ho lavorato a Pisa per un’altra start up, da dipendente. Per mantenermi ho sempre fatto anche delle consulenze informatiche. Oggi mi sono trasferito a Treviso e sono team leader nello sviluppo software a H-Farm, dove faccio soprattutto consulenza per le grandi aziende, ma con un occhio sempre attento al mondo delle start up.

Essendo così vicino a questo mondo, come vedi il substrato in Italia?

Confermo che c’è molta burocrazia e una certa lentezza, ma, nella mia esperienza personale, nel mondo start up, ho trovato molti disposti ad aiutarmi senza voler nulla in cambio. Questa è una delle cose belle e inaspettate che ho ritrovato in Italia, e che in Svizzera non succedono. Là funziona tutto bene, ma non c’è un grammo di flessibilità, mai strappi alle regole. Qui è complicato il sistema, ma gli agenti del sistema, sapendolo, ti danno una mano e si relazionano a te.

Quindi l’impatto del rientro, non è stato così traumatico…

Non ho mai chiamato casa la Svizzera. La cosa più difficile, direi che è stato, il ri-adeguarsi a un certo tipo di stile di vita diverso, avendo meno soldi da spendere per il tempo libero. Ma non è stato troppo traumatico.

Il bagaglio culturale che hai importato da fuori ti è servito?

La padronanza delle lingue mi ha dato certamente una marcia in più, anche perché le aziende in Italia ora lavorano con l’estero e vogliono figure che parlino bene altre lingue. Ho portato inoltre con me la capacità di adattarsi e quella di cavarmela da solo. Poi il Cern è sicuramente stata un’esperienza formativa di livello alto dove ho imparato a imparare in fretta.

Quindi andare fuori è produttivo?

Andare all’estero fa bene e fa crescere i talenti. Per cui non bisogna temere che partano, ma serve fare in modo che tornino. E per attrarre i talenti migliorare i salari sarebbe una delle prime cose da fare: io ho riadattato il mio stile di vita, ma conosco molti che non sono disposti a farlo. Stare all’estero, inoltre, ti fa relativizzare il giudizio. Il negativo del tuo Paese lo hai sempre presente, ma il positivo, spesso dato per scontato, viene a mancarti e lo apprezzi davvero.

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