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Lavorare all’estero ti cambia la forma mentis

10/07/2017 in

Alessandro Angelini, 31 anni, ingegnere. Ora è qui, ma l’estero lo chiama e quella voce continua incessante. E’ partito non per scappare, aveva un lavoro a tempo indeterminato, ma per migliorarsi e per accettare nuove sfide. Sfide che tuttora sta affrontando in Italia, ma con l’idea di non mettere radici.
Cosa ti ha spinto all’estero?
La voglia di tornare a Londra, dove avevo fatto l’Erasmus, e la sfida delle lingue. Poi nel 2010 non era il massimo stare in Italia, anche se io un lavoro ce l’avevo e mi trovavo comunque bene.
Sei partito con un lavoro in mano?
Diciamo che avevo dei contatti che mi hanno permesso di accedere subito a dei colloqui. Due giorni dopo essermi licenziato ho iniziato il mio lavoro lì.
Come ti sei trovato?
Ogni aspettativa che avevo è stata soddisfatta. Stimoli, cultura, salario, organizzazione: tutto è stato come doveva essere. Mi sono fermato tre anni e in questi tre anni ho cambiato ruoli e posizioni in un continuo crescendo. Un anno lì vale tre anni in Italia a livello di carriera e dopo 10 mesi hai responsabilità e compiti che in Italia sarebbero impensabili. Si è molto incoraggiati a diventare responsabili di se stessi.
Perché tornare allora?
Un mix tra motivi di studio e personali. La mia ragazza aveva trovato lavoro a Milano e io ho iniziato un Master qui che poi andrò a completare negli Usa.
Come è stato l’impatto?
Pensavo peggio, diciamo che le differenze ci sono, ma le vivo serenamente.
Il tuo bagaglio estero ti è servito?
Quello serve perché ti cambia la forma mentis. Dai colloqui che affronti in un certo modo al metodo che hai sul lavoro. Te lo porti ovunque vai. 
Il tuo futuro?
Per ora il patto “relazionale” prevede qualche anno qui a Milano, ma poi si vedrà. Londra è una città che dà opportunità che nessun’altra città offre e quindi… le radici comunque non sono piantate da nessuna parte.

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