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La gavetta all’estero, la partita decisiva in Italia

31/07/2017 in

Luca Pecchenini, la prima volta che è andato all’estero, era giovanissimo. Non aveva nemmeno 18 anni, ma ha deciso, di fare la sua terza liceo negli Usa. E non in California o a New York, ma in Pennsylvania dove, come ci racconta, fa freddo e c’è neve quasi tutto l’anno. Ma quell’esperienza lo ha davvero cambiato ed è stata eccezionale.Non tanto per la lingua, “quella si fa sempre tempo ad imparare, ma perché torni con un’altra mentalità, più maturo, più indipendente”. Al rientro si è iscritto ad Economia alla Bocconi e memore dell’esperienza ha scelto il ramo dei mercati internazionali. La sua prima esperienza lavorativa è stata però in Italia.

Come è andata?
Ho iniziato a lavorare in Italia per l’azienda con la quale avevo fatto la stage e sulla quale avevo fatto la testi. E ci sono rimasto per 5 anni: l’azienda era una realtà solida, oltre a essere, nel suo campo, quello farmaceutico, l’azienda leader”.
Come è stato questo primo impatto col mondo del lavoro?
Non avendo un confronto con altri posti non potevo avere termini di paragone, ma mi trovavo bene perché, benché fosse un ambiente adulto, mi sentivo molto stimato e apprezzato. Durante quegli anni ho anche avuto un brutto incidente e l’azienda sia dal punto di vista umano e lavorativo è stata davvero lodevole.
A livello meritocratico?
Diciamo che ruoli e funzioni sono cambiate, ma sia a livello retributivo che aziendale non ho avuto questo grosso movimento. Sono entrato C2 e ne sono uscito C2. Se devo poi aggiungere una pecca a posteriori direi che, dopo aver avuto un confronto con altre realtà, lì si investiva poco sulla formazione, poco allo sviluppo delle risorse neoassunte.
Quando ti sei licenziato hai pensato subito all’estero?
Diciamo che non avevo mai smesso di pensarci. Grazie a dei recruiter internazionali ho fatto dei colloqui e sono stato preso a Friburgo, vino a Berna. Si trattava di un progetto che partiva da zero: la creazione di uno share service center per la pianificazione e la finanza di un’industria oftalmica leader di settore.
E come è andata?
Benissimo. Ti dico solo che quando sono arrivato eravamo in 15, quando me ne sono andato in 200. Oltre a questo è stata una esperienza grandiosa, internazionale, dove sono cresciuto molto, grazie anche ai miei capi, mentori, un belga e un tedesco, che non solo mi hanno trasmesso la loro conoscenza ma anche un metodo di lavoro efficace e un entusiasmo motivante. Aggiungici anche l’ottimo stipendio…
Quale aspetto del metodo hai maggiormente apprezzato?
La chiarezza di ruoli e regole con un giusto mix di flessibilità. Inoltre il cercare di colmare i gap di conoscenza delle persone. Cioè: tu sai fare questo, a me serve che tu sia a un livello superiore e quindi ti “insegno” la differenza affinché tu possa diventare quella figura necessaria all’azienda. In pratica tu cresci professionalmente e diventi la figura chiave.
Umanamente?
Era un contesto internazionale, con un team di oltre 20 persone tutte di diverse nazionalità ed erano rispettate le identità di ciascuno. L’arricchimento è stato forte anche dal punto di vista umano.
Perché allora sei tornato?
Ho sempre pensato che nella vita avrei fatto due cose: un lavoro che mi appagasse e dove potermi esprimere al meglio, e costruirmi una famiglia. Ma né io nè la mia ragazza, oggi moglie, volevamo fare quest’ultima cosa in Svizzera, per cui sono tornato. E poi comunque l’Italia è il Paese che mi ha formato, e anche bene se poi lo paragono con gli Usa, e penso che sia lecito tentare di ridare indietro quel qualcosa che io definisco un’eredità culturale alta. Se se ne vanno tutti, poi il Paese si spoglia delle professionalità. In più volevo che i miei figli crescessero in questo contesto.
Il rientro come è stato?
Accettare, all’inizio, una posizione e una paga inferiore, ma oggi sono comunque responsabile di un gruppo di 40 persone. Ho ritrovato, benché l’azienda in cui lavoro sia una multinazionale, un ambiente fatto di meno regole, rispetto alla Svizzera, e più spirito d’adattamento, ma va benissimo e mi trovo molto bene.
Hai usufruito della legge Controesodo?
Sì, altrimenti la differenza di stipendio sarebbe stata insostenibile.
La ritieni una buona legge?
La legge era ed è buona, anche nella nuova versione: l’incentivo è importante. Dovrebbe però essere maggiormente sponsorizzata.
Sei riuscito da talento rientrato a mettere a frutto il bagaglio culturale che hai costruito all’estero?
Sì, la mia esperienza all’estero ha pesato nel bene: in tre anni ho ricevuto tre promozioni, ora sono dirigente e mi è stato proposto un ruolo a livello europeo, che mi darà possibilità di lavorare in tutto il Continente avendo come base l’Italia. Quello che sognavo, un lavoro dal respiro internazionale che si conciliasse con l’idea di far crescere qui i miei figli. , permettendo ai miei figli di vivere qui e io invece ad avere un respiro internazionale.
Sei soddisfatto?
Non credo che uno a 30 debba essere messo a capo di un’azienda. Vanno fatte esperienze, anche all’estero, ma poi è bene rigiocarsela. Io ce l’ho fatta, dopo tanta gavetta e adattamento, a 36 anni.

 

 

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