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Imparare dalle cose che funzionano: la storia di Elena Torresani

23/03/2016 in

elena torresani“Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia. Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro”. Così scriveva, alla vigilia della sua partenza per Londra, Elena Torresani su Valigia Blu.

Una scelta consapevole nonostante un lavoro a tempo indeterminato come Personal Assistent e la famiglia vicina, perché la disillusione per come andavano (e vanno) le cose in Italia era troppa, soprattutto quando si crea un progetto dal nulla.

Oltre al suo lavoro, infatti, Elena aveva creato col suo compagno, fotografo, un progetto: BrandItupTravel. Blogger dal grande seguito, Elena però si rende subito conto che far decollare la loro startup è quasi impossibile. Tutto tarpa le ali: i compensi da fame offerti per i servizi, i budget che finiscono o che improvvisamente scompaiono. E così l’idea che l’Italia non fosse più il Paese dei sogni, o meglio dove realizzarli, si è fatta sempre più cristallina.

“Abbiamo deciso di emigrare. Sia per implementare le nostre competenze, lingua in primis, sia perché dal punto di vista professionale, politico e civile eravamo disgustati. Inizialmente abbiamo escluso l’Inghilterra, perché non volevamo immergerci in un Paese troppo competitivo. Avevamo vagliato la Turchia, ma poi la situazione socio-politica si è fatta instabile. L’Australia e gli Usa anche, ma erano troppo lontani dalle nostre famiglie”. Così la scelta ricade su Londra.

“Dall’Italia non assumono più nessuno e quindi siamo partiti senza certezza di casa e lavoro. Avevamo però amici che ci avevano rassicurato… ma erano arrivati anni fa. Quello che speravamo non è successo, o almeno non è successo subito: ci ho messo tre mesi per entrare nel mercato del lavoro. Sono stati giorni durissimi (come racconta anche sul suo blog “Sogni fuori dal cassetto” ndR), ero senza certezze. Sei mesi d’anticipo sull’affitto, spese varie e il lavoro non si trovava. L’inglese non era abbastanza perfetto per vendermi come produttrice di contenuti, e così ho iniziato a mettere in risalto i 15 anni come Personal Assistant”.

Grazie anche all’aiuto degli amici Elena ha capito come impostare il CV e alla fine il lavoro è arrivato: “Si tratta di un’azienda italiana, che opera a Londra. Per cui la lingua madre è diventata un plus”. Da subito Elena si rende conto di come sia diverso l’ambiente lavorativo londinese e che crescere professionalmente qui è non solo possibile, ma fattibile. “La cosa che mi ha colpito di più sono le personal review, cioè una volta all’anno a ogni dipendente viene chiesto cosa ha dato all’azienda e cosa ha imparato all’azienda. Le risposte non vanno poi al vento, ma vengono prese in considerazione per migliorare la propria posizione. La prima volta che ne ho sentito parlare ho pensato se una cosa del genere si facesse in Italia… credo ci sarebbe da piangere. E’ proprio diversa l’impostazione della vita: qui a Londra crescere e migliorarti è quasi una regola vista la competizione che c’è, mentre in Italia siamo abituati al ribasso: siamo approssimati, ci lamentiamo e non facciamo. Inoltre qui c’è un continuo ricambio di lavoro, cosa che dà vita e crea opportunità: da noi, invece, vige la conservazione dello status quo”.

“Qui le leadership sono conquistate – continua Elena – Ci sono immigrati arrivati qui anni fa che, da zero, hanno fatto la loro ascesa. Un leader sopra di te darà il massimo sia per capacità, sia perché la competizione è agguerrita. E’ vero che è una città stressante, ma so che servirà viverci per un po’ per portarmi oltre”.

Qui a Londra continua anche il progetto di Branditup, che è comunque e sempre il dream job di Elena e del suo compagno. L’Italia però non l’ha dimenticata e anzi, nonostante l’amarezza, a suo modo mantiene con il Paese un forte legame. Le storie che pubblico spero siano di ispirazione per chi ha il coraggio di restare. I modelli per migliorare le cose ci sono, non bisogna nemmeno inventarli. E certo, vanno adattati ma esistono già. E io provo a raccontarli perché l’importante è smuovere i rassegnati, come ero io quando sono partita”. Ed è andata, almeno per un po’, “dove le cose belle accadono“.

 

 

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