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Qui con la sua partita iva, Valeria ripartirebbe per un lavoro sicuro

28/10/2015 in

Valeria pupilliAndare, tornare e poi ripartire. E ancora tornare. L’estero è un’opportunità, ma a volte anche una morsa. Si seguono lavoro, occasioni, progetti, ma poi ci si scontra con le difficoltà e i cambiamenti E quindi comprare un biglietto, talvolta, non è una scelta definitiva, ma solo una nuova sfida da accettare. Certo, farlo a 23-24 anni, subito dopo la laurea, forse è più semplice. Eppure la versatilità, nelle sue accezioni più positive, ma anche in quelle più negative, rende la frase “mai dire mai” sempre più frequente.

Di sfide, Valeria Pupilli ne ha accettate tante, compresa quella attuale di libera professionista a partita iva in Italia. Pezzi di mondo non solo li ha visti, ma anche studiati, lavorandoci. Un anno a Londra di lavoro durante l’università e poi il progetto Leonardo, alla fine della Laurea in Relazioni Internazionali di Perugia, in Portogallo: dovevano essere 4 mesi e poi si sono trasformati in 4 anni. “Stavo molto bene in Portogallo e così dopo i primi 4 mesi in un’agenzia comunicazione ho iniziato a mandare via i curriculum. Sono stata presa in una società di Braga, vicino a Porto, per la quale ho lavorato un anno. In seguito, grazie anche all’affinamento della lingua, mi sono messa in proprio e sono diventata traduttrice. Allo stesso tempo, con un collega. amico designer, mi occupavo di marketing”.

Ma il Portogallo non era l’Eldorado: siamo a fine 2011 e la morsa della crisi stringe anche il Paese cugino. “Gli stipendi si erano dimezzati – racconta Valeria – e con la partita iva le tasse diventavano insostenibili, viste le misure di austerità che si stavano applicando”. Così decide di tornare: partecipa a un progetto di marketing territoriale nella sua regione, l’Umbria, che puntava sul turismo. E lo vince. Eccola di nuovo nella Penisola, pronta a ricominciare.

“Il rientro non è stato facile. Il Portogallo mi manca, ma ai tempi credevo non fosse la scelta migliore. Oggi non saprei però”. Quell’anno comunque procede e, oltre al progetto, Valeria inizia a lavorare anche con un’azienda americana che commissiona ricerche di mercato nell’ambito della sanità, lavoro che sta tuttora facendo.

“Furono anni positivi, quelli del 2012 e del 2013. Non solo lavoravo, ma avevo anche tempo per la formazione. Così ho aperto, sentendomi dare della pazza, partita iva. E la delusione è arrivata a inizio 2014“. I primi sei mesi di quell’anno tutto si è bloccato e “di nuovo sono andata in crisi“. Per ragioni societarie l’azienda americana smette di chiamarla e Valeria ripensa a una nuova ripartenza. Sì, ma dove? Nonostante sappia perfettamente e fluentemente inglese, spagnolo e portoghese, sa che non sarebbe stato facile. Partecipa ad un progetto: Perugia era candidata a città della cultura (candidatura poi vinta da Matera, ndR). Vi partecipa nel gennaio 2014 e poi quasi se ne dimentica. Dopo mesi di silenzio stampa sul fronte lavoro e già lì per scegliere una nuova destinazione, a maggio arriva la chiamata. “Verso maggio mi chiamano: il progetto aveva vinto. Faccio la selezione e mi prendono e quindi sono partita per la Repubblica Ceca, a Plzen (città della cultura 2015). Ci sono rimasta fino a febbraio 2015”

Sfida personale vinta, bella esperienza da mettere nello zaino, ma Perugia non vince la candidatura e così Valeria torna in Italia senza un progetto da portare avanti. Ricomincia dalla sua partita iva ai minimi, ricomincia con le sue traduzioni e con la società americana che l’ha ricontattata. In più decide di mettere a frutto tutte le esperienze del passato nel campo della promozione turistica, e inizia uno stage con la Strada dei Vini del Cantico.

“Non ho ancora messo fondamentalmente radici. Adesso come adesso, sta andando bene, ma non riesco a garantirmi una certezza. Io vorrei rimanere, non mi vedo a 35 anni a riprendere il fagottino verso una nuova terra”. Ma se le offrissero un’opportunità all’estero, partirebbe. Questa è una certezza.

“Vedo anche i miei amici… le esperienze all’estero sono proprio personali. Alcuni stanno benissimo, altri vorrebbero tornare, ma hanno angoscia a farlo per paura di non trovare lavoro ed è forse questa la cosa ingiusta: avere per paura di tornare. Molti partono per scommessa e accettano lavori ben lontani dal loro titolo di studi, ma si sentono più stabili là”. E’ anche l’insicurezza quindi a non far tornare. Per Valeria sono le politiche del lavoro ad essere lontane anni luce dal rendere la situazione vivibile: “Favorire davvero le assunzioni dei trentenni è la vera sfida. Siamo in una fascia d’età in bilico: le aziende preferiscono andare avanti a stage con persone giovani e non si accorgono di noi che abbiamo voglia di fare e vogliamo un lavoro. E il lavoro c’è, c’è sempre bisogno di qualcuno: va data l’opportunità di farlo”.

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