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Tornare per dare energia al mio Paese: la storia di Luciano Pozzi

23/09/2015 in

IMG_3074_bnDi proposte di lavoro in Danimarca ne aveva ricevute ma per Luciano “intraprendere quel percorso in quel momento avrebbe significato molto probabilmente non tornare mai più indietro. Avrei fatto la scelta, legittima e condivisibile, di farla finita con i problemi italiani. Ho preferito rientrare, per portare in Italia quanto imparato all’estero, e provare a sentirmi utile per il mio Paese“. Lui si chiama Luciano Pozzi ed è un giovanissimo talento rientrato. 26 anni, lavora nel campo energetico e ha deciso consapevolmente che tornare era fondamentale.

Ma facciamo un passo indietro: Luciano Pozzi esce per la prima volta dall’Italia per un anno di Erasmus in Svezia, nel terzo anno della sua Laurea Triennale in Fisica, ottenuta all’Università degli Studi di Torino. “Fu un’esperienza a lungo aspirata. Da fisico studiare all’Università di Uppsala fu un grande onore. Partii, avevo 21 anni, senza avere piena consapevolezza di quello che mi stava per succedere: quell’anno mi cambiò la vita“. Dopo qualche mese di corsi ha l’opportunità di fare una tesi lì in Svezia. “Dopo una piccola selezione, passai 5 mesi nel gruppo di ricerca di Fisica dei Materiali dell’Università di Uppsala e dopo aver affrontato e superato tutte le complicatissime pratiche burocratiche a Torino, diventai il primo studente del Dipartimento di Fisica di Torino ad aver fatto una tesi di laurea triennale all’estero”.

Tornato in Italia Luciano si laurea e , causa tagli ai fondi per l’istruzione universitaria e per la ricerca le possibilità di continuazione con un corso di laurea specialistica erano sempre più limitate e meno attraenti. Così si prende un anno sabbatico e lavora qualche mese in un cinema di Torino prima di decidere di partire di nuovo verso un altro paese. “Ho quindi vissuto per 6 mesi in Inghilterra, tra la provincia del Norfolk e Londra, due esperienze e vissuti fortissimi, diverse me entrambe dense di lezioni per il futuro. Nel frattempo avevo maturato consapevolezza di come avrei voluto continuare la mia formazione. Decisi di specializzarmi nel settore energetico e, dopo aver inviato alcune application in alcune università europee, decisi di iscrivermi ad un corso di laurea specialistica (M.Sc.) in Sustainable Energy Planning and Management, presso l’Università di Aalborg“. Ha quindi studiato in un percorso di 2 anni in Danimarca. “In una similitudine che spesso mi piace usare, studiare Sustainable Energy Management in Danimarca fu un po’ come andare a scuola calcio in Brasile“.

Ma l’idea di tornare erà già programmata: “Quando in quell’estate 2012 decisi di fare questo percorso, di personalizzare la mia formazione a tal punto da cercare tra l’offerta accademica di tutte le università europee quella che più mi ispirava intellettualmente e socialmente, nella mia lettera inviata all’Università di Aalborg  scrissi che il mio obiettivo era di studiare all’estero, in un paese punto di riferimento nel settore energetico, per poter un giorno tornare in Italia a mettere in atto le competenze acquisite, per contribuire alla creazione concreta di un futuro migliore nel mio Paese“.
Oggi Luciano lavora come consulente energetico a Nomisma Energia, società di consulenza di Bologna, e si occupa di energy management supportando in scelte strategiche dirigenti delle più importanti aziende del tessuto imprenditoriale ed industriale italiano. “Con il mio lavoro faccio risparmiare energia a queste imprese, rendendo più efficiente l’industria, e limitandone l’impatto ambientale in termini di emissioni di CO2 ed energia primaria consumata“.

Ma quali vantaggi e svantaggi hai nel lavorare in Italia nel campo dell’energia ? L’Italia è un Paese in cui non è mai stata fatta pianificazione energetica a livello sistemico. Dal no al nucleare in poi mancò una strategia su come affrontare la dipendenza energetica dai paesi esteri. La conseguenza principale, disastrosa per la nostra economia, fu un costo dell’energia elettrica per il cliente finale che è ancora oggi tra i più alti in Europa. Questo costo pesa soprattutto sulle tasche dell’industria italiana che paga quasi il doppio della media europea. Anche l’innovazione delle energie rinnovabili è stata mal gestita. Da un lato l’energia eolica è stata messa in mano ad associazioni più o meno criminali che esercitando pressioni sul parlamento hanno ottenuto procedure autorizzative inadeguate, assicurandosi il massimo ricavo senza alcun riguardo per la popolazione locale. Dall’altro il mercato del fotovoltaico è stato pompato con incentivi smisurati, al cui termine è seguita una repentina contrazione pari al 50% del fatturato con fallimenti e cassa integrazione per migliaia di lavoratori del settore. All’estero ho avuto la fortuna di conoscere ed imparare da professionisti del settore che hanno guidato i processi di pianificazione energetica in paesi quali la Danimarca (Danish 2050 Energy Stategy) e la Germania (German Energiewende). E ho visto quindi il rientro in Italia come una grande opportunità per mettermi in gioco. C’è tanto lavoro da fare per recuperare il tempo perso, in un settore di importanza strategica per il futuro del nostro paese. Il grande fermento degli ultimi anni e le continue novità richiedono professionisti giovani con idee innovative. Queste condizioni creano un ambiente estremamente stimolante e ricco di occasioni da cogliere.

Cosa manca all’Italia per favorire il talento dei giovani? Penso che i tre pilastri mancanti, ognuno indispensabile per gli altri due, siano: meritocrazia, valorizzazione delle professioni, ottimismo generale. Meritocrazia in opposizione alla mafiosità di nomine sostitutive di vere selezioni basate sulle vere competenze dei candidati. Valorizzazione delle professioni perché non è economicamente sensato avere le università sovraffollate di futuri disoccupati quando vi è poi mancanza di figure professionali, fondamentali per il Paese. Le professioni tecniche vanno rivalorizzate tramite formazioni specifiche (superando l’idea che un istituto professionale valga meno di un liceo scientifico) e stipendi invitanti così come succede in Svizzera e nel nord Europa. Ottimismo perché senza convinti e concreti tentativi anche il migliore dei talenti rimarrà nascosto nell’auto-rinforzante nebbia del passivo malcontento generale.

 

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