Stai visitando l'archivio per generazione Archives - ITalents.

Youth2Work, nasce la piattaforma formativa per i Neet europei

15/10/2014 in News

NeetSi chiamano Neet, acronimo che sta per “Not being in Employment, Education or Training”,  cioè giovani che non lavorano, non studiano e non sono coinvolti in alcun tirocinio. La loro  una condizione di stasi assoluta e visto il periodo economico attuale, una svolta da questa immobile condizione diventa complessa. In base ai dati del rapporto dell’Istat “Noi Italia 2014”: in Italia i Neet sono oltre due milioni, pari a circa il 24% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, percentuale che supera di gran  lungo la media europea e che riguarda soprattutto donne e abitanti del Sud Italia.  Per cercare di venire incontro a questa situazione, dando strumenti per modificarla, è nata la piattaforma digitale Youth2Work.

Youth2Work, è finanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del Lifelong Learning Programme, e il suo scopo è quello di fornire competenze e conoscenze ai giovani disoccupati, attraverso corsi in e-learning e in sei differenti lingue. Non solo a livello pratico, ma anche per formazione personale: infatti tra i temi trattati ci saranno la gestione del tempo, il problem solving e l’approccio all’imprenditorialità. Per accedere ai corsi online della piattaforma basta registrarsi gratuitamente su sito.

Come riportato dall’articolo dedicato su “La Repubblica degli Stagisti“, il punto di forza del progetto sono i Career Circles (circoli di carriera), che “consente a questi giovani di confrontarsi con i coetanei, stimolando lo scambio di idee ed esperienze”. Un altro aspetto positivo è dato dalla “presenza di questionari di autovalutazione permette ai ragazzi di scoprire le proprie potenzialità personali, permettendo loro di comprendere meglio le proprie capacità e orientarsi più facilmente nella ricerca di un lavoro”. Nell’articolo sono anche riportate le testimonianze di alcuni Neet che hanno aderito al programma.

La circolazione inceppata dei talenti italiani che emigrano

08/10/2014 in News

Hanno raggiunto quota di quasi 95mila gli italiani emigrati lo scorso anno all’estero. Sull’onda della crisi economica, si infarciscono le schiere di coloro che vogliono sfuggire alla disoccupazione imperante e cercare una via d’uscita oltre confine.  Lo conferma il IX Rapporto Italiani nel Mondo 2014 della Fondazione Migrantes, presentato ieri a Roma. Per la precisione si sono trasferiti all’estero, nel 2013, 94.126 italiani ( nel 2012 sono stati 78.941). Sono per la maggior parte uomini (56,3%), non sposati nel 60% dei casi e coniugati nel 34,3%. L’età è quella che va dai 18 ai 34 anni (36,2%), ma come riporta il capitolo del Rapporto a cura del presidente di ITalents Alessandro Rosina, aumentano anche quelli sulla soglia dei 40.

italiani all'esteroLe mete preferenziali, in base ai dati dell’Aire (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono il Regno Unito, con 12.933 nuovi iscritti, la Germania (11.731, +11,5%), la Svizzera (10.300, +15,7%) e la Francia (8.402, +19,0%). La “terra abbandonata” dalle maggiori partenze risulta la Lombardia (16.418 emigrati), seguita dal Veneto (8.743) e dal Lazio (8.211).

E se il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, ha sottolineato come “Quella degli italiani che si trasferiscono all’estero non è una fuga come chi scappa da guerre e persecuzioni religiose, percorre deserti e mare e arriva a Lampedusa, ma è una scelta”, il problema più imponente rimane la mancanza del “controesodo”. “La mobilità dei talenti è naturale e positiva – scrive Alessandro Rosina, nel suo capitolo del rapporto  titolato “La circolazione inceppata dei giovani talenti italiani” – Il problema dell’Italia non sono quindi, di per sé, i tanti di valore che se ne vanno, ma i pochi che fanno il percorso inverso. Se alla forza di uscita ne corrispondesse una almeno altrettanto intensa in entrata, a beneficiarne sarebbe, a livello macro, il sistema paese, che incrementerebbe la dotazione di intelligenze ed energie che lo rendono aperto al mondo e competitivo, e a livello micro, i giovani stessi che amplierebbero le opzioni possibili coniugando la scelta di andare con l’opportunità di tornare con successo“.rapporto italiani nel mondo

Secondo Rosina l’italiano che emigra trova limitanti in Italia “la carenza di politiche di investimento su sviluppo e innovazione, oltre alle resistenze culturali verso logiche più meritocratiche e nei confronti dell’apertura al rischio”. E queste problematiche erano già state evidenziate da  varie indagini esplorative, come quella condotta dall’associazione Italents assieme al Comune di Milano nel 2011 e con l’Agenzia Campania Innovazione nel 2013. “I risultati ottenuti – spiega Rosina – suggeriscono come a far la differenza non sia tanto la remunerazione, mediamente del 50% più alta oltre confine, ma ancor più la maggior meritocrazia, le carriere più trasparenti, le maggiori risorse e i migliori di strumenti per svolgere bene il proprio lavoro. Se poi guardiamo agli aspetti che frenano il ritorno, oltre alle carriere lente nel lavoro dipendente e agli scarsi incentivi nel fare impresa, vengono citati come penalizzanti l’eccesso di burocrazia e i limiti di copertura ed efficienza del welfare. Ma ancor di più contano i freni culturali (poca apertura al rischio e all’innovazione) e il poco sostegno all’intraprendenza dei giovani.

E sulla possibilità di tornare? I più “riattraibili” – come li definisce Rosina – sono gli under 30 che “nella maggioranza dei casi sono disponibili a prendere in considerazione la possibilità di tornare e in un caso su tre pesano di farlo nel breve periodo“. Possibilità che scema man mano che l’età avanza sia perché “al crescere della permanenza all’estero aumenta anche il radicamento lavorativo e familiare, rendendo più costoso e complicato, non solo economicamente, il re-innesto nel contesto di origine“, sia perché oggi l’atteggiamento generazionale è quello “dei Millennials molto più propensi a non considerare definitive le scelte e a costruire una identità di multiappartenenza“.

Rosina sottolinea quindi la necessità di riattivare la circolazione dei talenti, “per rimettere in gioco nel sistema Italia i giovani espatriati non è solo quella fisica, ma anche di idee e competenze, ovunque ci si trovi. A questo proposito, sempre secondo l’indagine condotta da ITalents, ben l’86% degli intervistati dichiara di essere disponibile a collaborare, fornendo la propria esperienza e le proprie competenze, a disegni di legge e, in generale, ad iniziative per contribuire al miglioramento del proprio luogo di origine. Del resto, in un mondo sempre più globale e interconnesso è possibile partecipare al cambiamento culturale e ai processi di crescita del proprio paese anche vivendo fuori confine“. Quello a cui si deve aspirare, conclude Rosina, è “Un’Italia “diffusa”, insomma, che aspetta di essere costruita mettendo stabilmente e strutturalmente assieme quanto di meglio gli italiani sanno essere e fare in tutto il mondo”.

La generazione dei Millennials: intraprendenti, aperti al mondo e al cambiamento

25/06/2013 in News

I paesi e le aziende che crescono e fanno crescere sono quelle che offrono spazio e opportunità alla generazione dei Millennials (gli attuali under 35): una generazione aperta al mondo e all’innovazione. L’Italia lo ha capito? Sembra di no…

Sono le imprese giovani e innovative a creare più occupazione, e particolarmente quelle tra loro ad alta crescita. Un messaggio, questo, che gli Stati Uniti hanno assimilato. I loro campioni in gara sono le start up innovative, nutrite con il 50% della spesa in R&S rispetto a un misero 7% in Europa. Purtroppo, il Global Entrepreneurship Monitor 2012 fa vedere una scena più grigia che rosea in Italia“. di Piero Formica – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/m0TAPmillennials-150x150

Vai alla barra degli strumenti