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Caro Ministro Poletti, chi sono quelli che non vorremmo avere tra i piedi?

21/12/2016 in News

“Mi piacerebbe rispondere al Ministro Poletti, perché credo profondamente che in questo delicato momento politico, con importanti decisioni da prendere sul fronte del futuro economico del Paese, ci siano ancora molti temi non propriamente analizzati e capiti. Non voglio limitarmi alle statistiche. Mi chiedo: quali sono i profili di questi 100.000 ragazzi in fuga? E in fuga da chi e da cosa?”
A scrivere è un membro del Gruppo Controesodo, community di Facebook, Sabyne Moras, 18 anni spesi all’estero per poi decidere di rientrare in Italia. Una storia personale, la sua, ma con tratti comuni a chi decide di partire alla ricerca di un futuro solido, ma che poi vorrebbe anche tornare alla ricerca di quella stessa solidità. Riportiamo la sua lettera al Ministro Poletti, balzato alle cronache, e alle polemiche, dopo aver detto che che tra i “100 mila giovani in fuga all’estero? Alcuni meglio non averli tra i piedi”.

“Credo che ogni ragazzo che abbia deciso di partire, anche se solo per uno o due anni, abbia profondamente maturato la decisione e abbia comparato ciò che lascia con quello che invece offre il “vicino”. Ma come dice il proverbio: l’erba del vicino no è sempre più verde.

Vorrei prima parlare brevemente del mio caso, e della mia decisione nel lontano 1997 di intraprendere un viaggio, non una fuga. Il mio esodo cominciò semplicemente per il fatto che volendo studiare Hotel Management e non esistendo in Italia a quel tempo un percorso di Laurea per questa disciplina, trovai un corso in Austria.
Dopodiché, attraverso l’Università, arrivò un primo impiego per un prestigiosissimo hotel di lusso e quindi iniziò una carriera internazionale presso catene alberghiere di lusso americane. Più di 20 anni fa queste catene erano ben poco presenti in Italia e per me, che gestivo le vendite, era pressoché impossibile rientrare con una promozione in Italia e comunque non possedevo neanche un network per farlo.
Gli anni passarono: 6 Paesi in 18 anni spesi all’estero terminando in Spagna. Passai per Olanda, Germania, US, Lituania. Agli occhi di parenti ed amici conducevo una vita “spericolata”, un interminabile “Erasmus” – mi diceva mio padre.
Ma solo noi “expats” (mi sono sempre definita così, non di certo in fuga) sappiamo che grandissimo sacrificio sia vivere all’estero. Sono sempre stata accettata bene nei Paesi dove ho vissuto, ho incontrato persone bellissime e sono cresciuta professionalmente in modo esponenziale! Ogni Paese però richiede grandi capacità di adattamento, imparare da zero una lingua nuova. Poi si aggiunge la nostalgia di casa, della famiglia, degli amici storici, il non poter andare a casa per un weekend lungo perché troppo lontani, la solitudine di alcuni Natali passati senza poter permettersi un volo transoceanico.
Poi però l’occasione giusta per il rientro è arrivata, per mia fortuna da parte di una persona con un pensiero strategico alla guida di un team in un’azienda che voleva internazionalizzarsi e accrescere il suo valore in un mercato globale e molto competitivo.

Non credo quindi si possa parlare di un fuga. Si fugge da una guerra, da un cataclisma, da un pericolo.
Alcune professioni in Italia non esistono (ancora) e alcune funzioni sono disponibili solo negli HQ basati in altre capitali mondiali. Quante multinazionali hanno HQ in Italia? Che visibilità ha una persona che vuol far carriera in una sede Italiana, quando le decisioni strategiche vengono prese a Dublino? E le grandi transazioni di M&A e Private Equity non si seguono tutte da Londra o NY? Le istituzioni Europee che ospitano tanti ragazzi italiani stanno nel Benelux, per non parlare del settore Fashion concentrato fra i due giganti a Parigi. Uno dei grandi hub Europei di start up è a Berlino, ma se si vuole perseguire una carriera nel farmaceutico, forse bisogna considerare un periodo in Svizzera.
Quindi, secondo me, l’esodo dipende anche dal fatto che la carriera si pianifica capendo dove si possono trovare le opportunità migliori per il proprio profilo. E alle volte le opportunità non sono in Italia.

Da ormai 7 anni lavoro a stretto contatto con studenti provenienti da tutto il mondo, occupandomi di career consulting credo di avere una visione molto completa di quello che è il mercato del lavoro internazionale. In Italia il mercato del lavoro è stagnante e molto opaco, i ragazzi fanno fatica a strutturare una strategia di crescita professionale, e alcuni non si accontentano dell’azienda padronale vicino casa, preferiscono stringere i denti e spendere qualche anno lontano da casa.

Quando però un giovane ha raggiunto poi una maturità professionale, ha vissuto esperienze importanti in questo mondo globale, dinamico, veloce, dove hanno investito sulle capacità relazionali, di adattamento e resilienza è giusto che il nostro Paese capisca quando questi ragazzi sentano il bisogno di rientrare in Italia.

Ritorno a me: rientrare in Italia a 36 anni, mi ha richiesto lo stesso coraggio che ho avuto a 19 quando me ne sono andata per la prima volta. Ho dovuto lasciare una “famiglia” in Spagna e ricominciare da zero qui a Milano, cercando casa, scoprendo una città nella quale non avevo mai vissuto, adattandomi ai ritmi italiani e creandomi un network nuovo. Mi sono resa conto che come me, sono rientrate tante altre persone, grazie all’appoggio anche della legge 238/2010 che prevede importanti incentivi fiscali e che è stata un grande aiuto. Negli anni questo gruppo di “controesodati” si è unito ancora di più, cercando di facilitare il dialogo con il Governo affinché il rientro venga facilitato anche ad altri che come noi vorrebbero tornare a casa.

Chi “fugge” oggi, cerca strategicamente di costruirsi un futuro solido. Ma alla fine l’erba del vicino non è sempre più verde della nostra, anche in Italia ci sono grandi progetti di sviluppo, centri di ricerca, istituzioni importanti che hanno un estremo bisogno di crescere organicamente e inorganicamente, strutturandosi in modo professionale e meritocratico. Questi sono i processi che noi “esodati” abbiamo disegnato, implementato, eseguito in tanti anni spesi all’estero.
E andare in bicicletta non è una cosa che si dimentica!

Ora la mia domanda a Poletti e a chi non crede nei controesodati: chi sono invece più esattamente quelli che non vorremmo avere tra i piedi?

Giovani imprenditori, in Italia più che in Germania: scelta o necessità?

14/05/2015 in News

Giovani imprenditori? In Italia sono il 15 per cento rispetto agli occupati, valore poco al di sotto della Grecia, prima in Europa. A dichiararlo il rapporto “Youth entrepreneurship in Europe: Values, attitudes, policies”, presentato a Bruxelles nella European Youth Week. Il dato europeo è del 6.5 per cento, numero molto basso che sarebbe da imputare ai troppi ostacoli che ci sono per diventarlo tra cui la mancanza di finanziamenti, principale causa per l’ per cento degli intervistati.

Studenten stapeln Fäuste für Zusammenarbeit und Teamwork in der Universität

Studenten stapeln Fäuste für Zusammenarbeit und Teamwork in der Universität

Tornando ai singoli Stati si vedono appunto Italia e Grecia in pole position (15 per cento), Danimarca e Germania in fondo alla classifica con un piccolo 3 per cento. Considerata la situazione economica dei primi Paesi rispetto ai secondo gli analisti sono molto propensi a credere che si tratti di “necessity enterpreneurs”, ovvero che i giovani diventino autonomi non per scelta ma per necessità, perché non trovano un impiego. E che molti di questi siano le cosiddette partite iva, cioè “finti” imprenditori, ma in realtà dipendenti da un solo committente.

Secondo il rapporto, infine, un giovane imprenditore su tre lavora part-time, e i settori in cui è più diffuso il lavoro autonomo sono l’edilizia, il commercio, l’agricoltura e i servizi.

Rosina al Fatto: nel 2030 meno giovani e più immigrati

17/04/2015 in News

In un’intervista video del Fatto Quotidiano Tv, a cura di Piero Ricca, Alessandro Rosina, Presidente di ITalents racconta come sarà l’Italia nel 2030. Rosina sottolinea che da quando scrisse il saggio “Non è un paese per giovani” (Marsilio, 2009). “La situazione è peggiorata. Ormai la metà dei giovani non ha lavoro e i neet, cioé i ragazzi tra i 16 e i 29 anni che non studiano, né cercano un’occupazione, sono 2 milioni e mezzo”. C’è poi un altro dato in crescita: la componente dei migranti italiani verso l’estero. “Da un flusso di 50mila persone all’anno – prosegue il prof. si è passati negli ultimi anni a 100mila unità, perlopiù giovani e qualificati, cioé le risorse più preziose per una società“.

QUI L’INTERVISTA COMPLETA

Expat, su Linkiesta uno spazio dedicato in collaborazione con ITalents

15/04/2015 in News

Nasce – con la fondamentale collaborazione di Italents – un intero canale de Linkiesta dedicato ai giovani expat italiani. “Perché con le loro storie possano servire da stimolo per aiutare chi in Italia non trova sbocchi che il mondo è grande e le opportunità infinite. Perché possano scambiarsi opinioni, idee, esperienze, moltiplicando il loro bagaglio di conoscenza e il loro potenziale creativo” – scrivono Alessandro Rosina (Presidente di Italents) e Francesco Cancellato (Direttore de Linkiesta).

“Soprattutto, però, perché possono essere un fondamentale strumento per far sì che anche l’Italia possa diventare una terra dei sogni che si realizzano. D’accordo: noi abbiamo il buon cibo, il sole, il mare, la creatività, l’arte e la cultura. Uno a zero. Ma sono le loro esperienze, le loro storie, i loro «Wow!» di fronte al fermento culturale di Berlino, ai servizi di Copenhagen, all’efficienza di Londra, alla vita di Madrid i mattoni che ci mancano. Sono quell’Italia diffusa di cui il resto dell’Italia ha bisogno per riprogettare se stessa”.

“Se questo canale, questa piccola piazza virtuale, riuscirà nel suo piccolo a diventare un luogo di incontro, di riconoscimento e di rappresentazione di queste aspirazioni e di questa ricostruzione, ne saremo davvero felici”, concludono gli autori.

Leggi l’articolo completo su Linkiesta

A Roma si vive bene, lo dicono i giovani

05/11/2014 in News

C’è anche Roma nella top 15 delle città dove i giovani, quelli che vanno dai 15 ai 29 anni, vivono meglio. A confermarlo «Youthfulcities» che ha preso in esame venticinque grandi città in giro per il mondo e ha analizzato fattori come: trasporti pubblici, alloggi,  prezzi di beni primari. Ma anche aree come il lavoro (quanto è facile trovarne uno?) e la possibilità di fare impresa. E ancora la cultura: festival, concerti, vita notturna. In pratica una città dove un giovane possa vivere bene, lavorare e non spendere una fortuna. Al primo posto si piazza l’europea Parigi, con la sua garanzia del salario minimo. Seguono poi Toronto , Los Angeles, Chicago e Berlino. La nostra Roma si piazza al settimo posto: tra le sue amenities il prezzo (meno caro) del biglietto per il cinema, quello dei mezzi pubblici e la qualità  di eventi e manifestazioni offerte ad un prezzo accessibile.

giovani a RomaYouthfulCities è un’iniziativa globale per classificare le top city a portata di giovani.  Perché? Perchè, come spiega il manifesto dell’iniziativa, “I giovani sono al centro di urbanizzazione. Sono il futuro delle città”. E visto che il 50 per cento della popolazione mondiale ha meno di 30 anni di età ecco che capire cosa vogliono quelli che le popoleranno diventa fondamentale. Così nel 2012 YouthfulCities è nato. Nelle sue analisi, per stilare le classifiche, usa 80 indicatori unici (ambiente, mezzi pubblici, scuole, lavoro, vita culturale e notturna) da una prospettiva giovanile. E se ora al vaglio ci sono 25 obiettivi sulle maggiori città, YouthfulCities si estenderà ad altre 60 aree nei prossimi mesi.

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