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Agricoltura, via al piano giovani: 160 milioni in campo

29/02/2016 in News

Combattere la disoccupazione giovanile puntando sull’agricoltura? Gli investimenti ci saranno e verranno dedicati a imprese che lavorano nel turismo verde, nell’agroalimentare e nell’e-commerce. Sono 160 i milioni –  tra risorse interne e fondi Ismea-Bei  – che sono stati messi in campo dal pacchetto ’’ Campolibero’’, approvati in Parlamento lo scorso anno, ora operativo. In particolare serviranno per garantire mutui a tasso zero, crediti per favorire l’imprenditoria giovanile, fondi per supportare la nascita e lo sviluppo di start up nel settore agroalimentare, ma anche più innovazione con il credito di imposta per il commercio elettronico di prodotti agroalimentari.

Il settore agricolo ha infatti dato prova di essere molto ambito: in base ai dati 2015 del ministero delle Politiche Agricole, sono nati lo scorso anno 20 mila nuovi posti di lavoro per i giovani in agricoltura, con un incremento del 12% rispetto al +4% del settore e al +1% dell’occupazione in Italia.

Nel dettaglio i fondi saranno così suddivisi: 20 milioni in un fondo Private Equity destinati a finanziare start up nel settore agricolo, agroalimentare e pesca. Altri 80 milioni saranno destinati a mutui a tasso zero a copertura di investimenti effettuati in azienda. Sessanta milioni andranno invece a finanziare mutui a tasso agevolato fino a 30 anni di durata, per l’acquisto di aziende agricole da parte di giovani che vogliono diventare imprenditori (il bando sarà aperto a marzo).

Giovani imprenditori, in Italia più che in Germania: scelta o necessità?

14/05/2015 in News

Giovani imprenditori? In Italia sono il 15 per cento rispetto agli occupati, valore poco al di sotto della Grecia, prima in Europa. A dichiararlo il rapporto “Youth entrepreneurship in Europe: Values, attitudes, policies”, presentato a Bruxelles nella European Youth Week. Il dato europeo è del 6.5 per cento, numero molto basso che sarebbe da imputare ai troppi ostacoli che ci sono per diventarlo tra cui la mancanza di finanziamenti, principale causa per l’ per cento degli intervistati.

Studenten stapeln Fäuste für Zusammenarbeit und Teamwork in der Universität

Studenten stapeln Fäuste für Zusammenarbeit und Teamwork in der Universität

Tornando ai singoli Stati si vedono appunto Italia e Grecia in pole position (15 per cento), Danimarca e Germania in fondo alla classifica con un piccolo 3 per cento. Considerata la situazione economica dei primi Paesi rispetto ai secondo gli analisti sono molto propensi a credere che si tratti di “necessity enterpreneurs”, ovvero che i giovani diventino autonomi non per scelta ma per necessità, perché non trovano un impiego. E che molti di questi siano le cosiddette partite iva, cioè “finti” imprenditori, ma in realtà dipendenti da un solo committente.

Secondo il rapporto, infine, un giovane imprenditore su tre lavora part-time, e i settori in cui è più diffuso il lavoro autonomo sono l’edilizia, il commercio, l’agricoltura e i servizi.

Bamboccioni, un fenomeno oltre confine. Come contenerlo?

28/10/2014 in News

Quando, nel 2007, Tommaso Padoa-Schioppa, al tempo ministro dell’economia, coniò il termine “bamboccioni”, riferito ai giovani che stavano ancora in casa con i genitori, scoppiò un putiferio. Ma, nonostante l’infelice neologismo, la fotografia della realtà che l’Italia scattava mostrava questo: 30enni ancora in casa, mantenuti dai genitori dopo l’università,  per mancanza di lavoro e di prospettive. A 7 anni di distanza Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano e autore del libro “L’Italia che non cresce”, fa il punto della situazione: esistono ancora? chi sono? come si riconoscono?

bamboccioniIn attesa che il Professore, nonché Presidente di ITalents, ne parli sabato 15 novembre al Future Forumdi Udine, in un’intervista rilasciata a Vanity Fair dà alcune anticipazioni.

“In tutto il mondo sviluppato, il momento di piena entrata in età adulta – cioè quando si stabilizza il proprio percorso professionale, ci si sposa e si hanno figli – viene sempre più posticipato dopo i 30 anni”, spiega Rosina. “Alla base ci sono fattori culturali, in particolare la propensione a non fare scelte troppo vincolanti e responsabilizzanti da giovani e tenersi aperte molte strade e opzioni finché è possibile”. Motivazione alla quale si aggiunge il fatto che si allunga il percorso di studi, l’immobilità del mondo del lavoro, ma anche “i livelli di benessere conquistati dai genitori in passato fungono da protezione per i rischi dei figli. Di conseguenza la dipendenza dei giovani dalla famiglia di origine, tanto più durante la crisi, si è accentuata”.

Rosina mette anche a paragone la situazione tra i vari Paesi del mondo e, se negli Stati Uniti la permanenza nella casa dei genitori è aumentata sensibilmente, in Europa la situazione è molto variegata. Se infatti nei Paesi scandinavi la percentuale di persone tra i 20 e i 25 anni che vivono con i genitori è inferiore al 10%, in Germania, Francia, Italia dipende spesso dalla situazione economica.

Su come affrontare e contenere il fenomeno Rosina dà due soluzioni, da un lato l’investire “maggiormente nelle politiche di sostegno all’autonomia e di incentivo all’ingresso nel mondo del lavoro, molto più avanzate e consistenti nel resto d’Europa. In particolare, le politiche abitative, il sostegno al reddito per chi cerca lavoro, le politiche attive del lavoro che aiutano a collocarsi in modo adeguato nel sistema produttivo”, dall’altro il cambio di un atteggiamento culturale dove la famiglia non sia più una difesa, ma “un trampolino di lancio che consente alle nuove generazioni di allontanarsi dall’ombra dei genitori per conquistare propri spazi e vincere le proprie sfide”.

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da Sergio

Giovani Italiani a Bruxelles: “Per i connazionali mobilità è viaggio di sola andata”

03/02/2014 in News

FONTE: ASI. Il gruppo Giovani Italiani Bruxelles lancia un appello al Parlamento Europeo per richiamare l’attenzione sui giovani emigrati.

Per tanti giovani italiani la mobilità europea è un viaggio di sola andata. Le risorse umane, specialmente i giovani, che partono dall’Italia molto spesso non tornano con il loro bagaglio di esperienze. Questo fenomeno non si puó considerare di “mobilitá europea” ma una emigrazione classica se non c’é rientro” dice Daniel Puglisi, cofondatore del gruppo.

L’emigrazione italiana é aumentata del 115% nel periodo 2002 – 2012, e la maggioranza dei nuovi emigrati sono giovani (54%).

La riposta politica dei paesi UE – basta emigrazione interna?

Dal Belgio al Regno Unito – la libera circolazione nell’Unione Europea é sempre piú nell’occhio del ciclone, con proposte per limitare il numero di migranti interni.

Il diritto alla libera circolazione é stato una risorsa per chi voleva cercare opportunitá all’estero. Ma adesso alcuni Paesi, incluso il Belgio – una delle principali sedi delle istituzioni europee -, stanno adottando politiche piú restrittive. Questo potrebbe avere un impatto molto negativo per i giovani emigrati.

“Bisogna identificare misure concrete e realizzabili nel breve periodo ma non fare passi indietro: politica e istituzioni devono affrontare questa emigrazione unilaterale e creare le condizioni per un possibile rientro volontario di chi é andato via e non torna per la mancanza di condizioni lavorative adeguate, trovate invece fuori dal paese d’origine”, dice Francesca Romana Minniti, cofondatrice del gruppo.

Elezioni Europee

Le elezioni Europee del 2014 sono un’occasione per chiedere all’Italia e ai suoi politici un coinvolgimento maggiore e piú efficace nelle politiche europee e il rifiuto di un atteggiamento passivo che ha fatto perdere numerose opportunitá, a partire dal cattivo uso dei fondi europei e a discapito soprattutto dei giovani.

Giovani Italiani Bruxelles propone 4 punti per le elezioni europee:

1.            Priorità alle politiche giovanili

2.            Parlamentari Europei presenti e preparati per rappresentare i cittadini

3.            Promuovere una mobilità Europea non di sola andata

4.            Un’Italia piú trasparente e capace di usare i fondi europei

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da Sergio

Il problema è “la bilancia dei cervelli”

27/01/2014 in News

Riportiamo l’articolo uscito sul quotidiano online “La Tecnica della Scuola”, sulla polemica relativa ai dati della fuga dei cervelli. L’articolo cita la tesi di Alessandro Rosina, presidente di ITalents: il problema, al di là dei dati assoluti, è lo sbilanciamento tra giovani qualificati in ingresso e giovani qualificati che emigrano.

Oggi a distanza di 9 anni leggo sulle pagine de Il Secolo XIX di Genova un articolo in cui Cingolani dice: “La fuga dei cervelli è una bufala tenuta su da chi ne ha interesse, come le Università. Certo è un problema nel momento in cui non sappiamo offrire standard internazionali a chi sarebbe interessato a venire in Italia. All’Iit, più del 40% dei ricercatori è straniero: americani, tedeschi, persone altamente qualificate. Dare più soldi con questo sistema di regole porterebbe a risultati molto meno apprezzabili rispetto a quelli che si avrebbero cambiandole. Il tempo indeterminato dopo 36 mesi significa ammazzare la ricerca. 
Bisogna andare in giro e apprendere le conoscenze in diverse parti del mondo. La ricerca è basata sulla rotazione dei cervelli. Solo quando si è maturi bisogna stabilizzarsi. Bisogna compiere una scelta come hanno fatto in Giappone, negli Stati Uniti, in Germania. Non si può fare tutto. Bisogna avere un obiettivo, investire e rischiare. Ma siamo imprecisi e molto spesso non portiamo le scelte fino in fondo “. 
Al Prof Cingolani vorrei rispondere con le parole di un articolo di Alessandro Rosina docente di Demografia e Statistica sociale dell’Università Cattolica di Milano e presidente dell’associazione ITalents, organizzazione che punta a creare una piattaforma permanente di contatto fra i talenti italiani che sono emigrati all’estero. Rosina, infatti, dice (http://www.artribune.com/2013/11/fuga-di-cervelli-un-fenomeno-statistico-e-sociologico-raccontato-da-alessandro-rosina/ ): “ I dati Ocse evidenziano come l’Italia sia stato negli ultimi quindici anni l’unico grande Paese europeo a presentare un valore negativo del tasso di scambio di individui altamente qualificati (OECD 2005). 
Secondo i dati Istat, nel primo decennio di questo secolo a cancellare la propria residenza in Italia sono stati oltre 300mila cittadini. Ma oltre al dato quantitativo è soprattutto da notare che la componente di emigrati maggiormente cresciuta nel tempo è stata proprio quella dei giovani più qualificati. L’incidenza dei cittadini laureati sul totale dei trasferimenti di residenza per l’estero è infatti più che raddoppiata, salendo dall’11,9% del 2002 al 27,6% del 2011. 
Le destinazioni principali nel 2011, anno più recente disponibile, sono state nell’ordine: Germania, Svizzera, Regno Unito, Francia, Stati Uniti. Ma rilevante è anche il flusso verso i Paesi emergenti in forte crescita, come Brasile, Cina, Sudafrica “. Quindi si può asserire che la fuga di cervelli dall’Italia non solo esiste ma nell’ultimo decennio è quasi triplicata, ma non tutti sono d’accordo“.

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